Nascita del progetto

GF – GLIFOSATO FREE Team

direttore di progetto: Silvio Sgobba

Come nasce il progetto glifosato free?

Tutto ha inizio nel 2015 quando due autorevoli organismi intergovernativi,

da una parte lo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) che è parte dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), e dall'altra l'EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), presentano due studi, sul pesticida glifosato, con evidenze in totale disaccordo.

A che studi si riferisce?

Il 20 marzo del 2015 l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro pubblica la Monografia 112, sulla base di studi effettuati in 11 paesi da 17 ricercatori.

Il documento dichiara, ufficialmente e per la prima volta, il glifosato genotossico per il DNA, cancerogeno per gli animali e potenziale cancerogeno per l'uomo.

Il 12 novembre del 2015 l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare pubblica le sue conclusioni sulla revisione della valutazione del rischio del pesticida glifosato.

Il documento ribalta totalmente le conclusioni della IARC dichiarando ufficialmente improbabile che il glifosato rappresenti un pericolo cancerogeno per l'uomo.

Di qui in poi?

Il 2016 ed il 2017 sono stati anni di grande mobilitazione da parte dei cittadini dell'unione europea, milioni di firme sono state raccolte per dire “stop al glifosato”;

sono stati gli anni dello scandalo dei Monsato papers, dove diverse testate giornalistiche hanno mosso dubbi sull'imparzialità dell'EFSA dichiarando che, le sezioni del rapporto che riesaminavano la valutazione dei rischi del glifosato sulla salute umana, sono state copiate dal dossier che depositò la Monsanto (azienda che nel 1974 brevettò e commercializzò il glifosato ed è attualmente il maggior produttore mondiale del pesticida), per ottenere il rinnovo della licenza del glifosato,

Anni in cui ambientalisti ed associazioni internazionali per la difesa dei cittadini hanno rivelato legami diretti o indiretti tra membri della commissione pesticidi e colossi della chimica.

Anni in cui da un lato centri d'eccellenza per la ricerca sul cancro, riconosciuti a livello internazionale, come l'Istituto Ramazzini, hanno evidenziato in laboratorio i danni provocati dal glifosato su un modello equivalente uomo, dall'altro agenzie internazionali come il gruppo FAO/OMS sui pesticidi e l'ECHA l'Agenzia europea per le sostanze chimiche si sono espresse per la non cancerogenicità del glifosato.

In tutto questo la Commissione Europea era tenuta entro fine 2017 a votare sul rinnovo della licenza del glifosato?

Esatto, ed il 12 dicembre 2017 la Commissione Europea ha ufficialmente rinnovato la licenza del glifosato per altri 5 anni, formalizzando la decisione presa a fine novembre dagli stati membri a maggioranza qualificata, con 18 paesi a favore, 9 contrari, 1astenuto.

Il progetto glifosato free come si pone su questa questione?

Siamo completamente al di fuori dal dibattito scientifico, e se pur nati da un idea per fare impresa, nostro proposito è offrire al cittadino uno strumento concreto per poter scegliere liberamente di acquistare, prodotti alimentari privi di informazioni riguardo la presenza di residui del pesticida al loro interno o prodotti sui cui l'apposizione del marchio glifosato free certificherà che sui quei prodotti sono stati svolti esami di laboratorio a campione che hanno verificato l'assenza del pesticida al loro interno.

Larga parte della cittadinanza continua a chiedere chiarezza sulla questione ed è comprensibile come oramai il ragionevole dubbio si sia insinuato, di qui il bisogno di sentirsi rassicurati attraverso uno strumento che possa dare una maggiore garanzia ai prodotti che mettiamo in tavola.

Altresì le aziende del comparto agro-alimentare avranno uno strumento per certificare la maggiore qualità dei loro prodotti rispetto la concorrenza, aumentando la loro visibilità sul mercato e nel punto vendita.

Chi testerà la presenza di residui di glifosato sui prodotti?

Lavoriamo in collaborazione con un Istituto Zooprofilattico sperimentale, accreditato dall'Ente Unico di accreditamento designato dal governo Italiano (Accredia).

L'istituto zooprofilattico sperimentale che testerà i campioni di prodotto, utilizzerà metodo in spettrometria di massa ad alta risoluzione accoppiata alla cromatografia ionica (IC-HRMS), la metodologia più avanzata che abbiamo oggi a disposizione.

Immagino che questa certificazione non interesserà i prodotti a marchio bio?

Anche qui va fatta chiarezza;

per le colture biologiche la certificazione Bio non è sul prodotto finale, ma sul metodo di produzione.

I controlli a cui le aziende di agricoltura biologica sono sottoposte verificano che la produzione non si avvalga di sostanze non autorizzate.

Il regolamento CEE 834/2007 prevede, per la protezione delle colture biologiche, l'utilizzo di pesticidi di origine naturale e non di sintesi.

Sono consentite anche alcune sostanze tradizionalmente utilizzate come il solfato di rame tribasico o l'ossicloruro di rame meglio conosciuto come verderame(miscele chimiche industriali), come anche zolfo ed olio di paraffina.

Sostanze che, seppur classificate pericolose per l'ambiente, si sta cercando di eliminare dai protocolli di produzione di agricoltura biologica, studiando validi sostituti.

Per i prodotti fitosanitari consentiti in agricoltura convenzionale ma non in agricoltura biologica, la legge fissa un limite inferiore di 0,01 mg/kg al di sopra del quale non è consentita la certificazione Bio.

La normativa quindi affronta il problema delle contaminazioni accidentali e tecnicamente inevitabili di prodotti fitosanitari di sintesi in agricoltura biologica; contaminazione che può essere dovuta a coltivazione su suolo contaminato in precedenza, percolazione di sostanze chimiche attraverso il suolo, uso non autorizzato di pesticidi, contaminazione accidentale dovuto al trasporto del vento, irrorazione che deborda dal campo convenzionale del vicino, contaminazione dell'acqua d'irrigazione, o anche durante il trasporto, lo stoccaggio e la trasformazione.

Inoltre le normative prevedono, in rari ed eccezionali casi in cui un pericolo incombente incorra sulle colture biologiche e per le quali non risultano sufficienti le strategie preventive di protezione per contenere le avversità, la possibilità di utilizzare sostanze fitosanitarie normalmente non permesse, valutandone attentamente il costo in termini economici, ambientali e sanitari.

Detto questo credo sia auspicabile un agricoltura che adotti sistemi di produzione basati sull'interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali e l'applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali come indicato nei regolamenti CE 834/2007; limitando l'utilizzo di sostanze di sintesi a favore di procedimenti naturali.

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, nel 2015 ha effettuato un controllo su un campione di 455 prodotti di agricoltura biologica, il 96% di questi è risultato sena alcun residuo mentre il 4% è risultato irregolare.

Esiti in buona sostanza confermati dal Ministero della salute, che, da indagini effettuate nel 2014 su prodotti biologici, ha rilevato residui fitosanitari presenti nel 5,5% dei campioni entro i limiti stabiliti dal regolamento CE 396/2005 mentre il 94,5% dei campioni non presentava alcun residuo.

L'assenza totale di pesticidi è risultata ancor più rilevante nei risultati delle analisi effettuate dall'ICPS (Centro Internazionale per gli Antiparassitari e la Prevenzione Sanitaria), su un campione di 266 prodotti di agricoltura biologica ben il 97,4% di questi è risultato esente da pesticidi.

Seppur queste indagini non hanno riguardato il glifosato, si può affermare che i risultati sono sicuramente interessanti e rassicuranti.

Quello che il marchio GLIFOSATO FREE si prefigge è di dissipare ogni ragionevole dubbio in merito alla presenza di residui di glifosato all'interno degli alimenti che consumiamo, testando esclusivamente il prodotto finito attraverso prove certe di laboratorio, sia che abbia al suo interno ingredienti che provengono da colture convenzionali sia (seppur ragionevole il minor rischio) che provengano da coltivazioni biologiche.